Gilberto Antiga Photography

Info utili sulla mostra
DURATA
16/9/2017 a 22/1/2017
ORARI
Lun – dom dalle 10.00 alle 19.00
(chiuso il martedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio)
La biglietteria chiude mezz’ora prima
TARIFFE
12€ intero
10€ ridotto
Per ulteriori info segui questo link.

 

Quando la mia cara morosa/informatrice mi ha mandato un messaggio sulla mostra di Robert Capa al museo civico di Bassano, sono saltato sulla sedia. Il suo nome era risuonato nelle mie orecchie molte volte nel corso degli anni, ma non avevo mai dedicato del tempo per saperne di più sulla sua storia. Nella mente avevo giusto alcuni dei suoi scatti più celebri.

Robert Capa nel 1952. @ Ruth Orkin.

Chi è Robert Capa

Robert Capa in realtà è lo pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, nato a Budapest (Ungheria) nel 1913. Da sempre personaggio politicamente schierato, ben presto dovette lasciare la propria terra natale per evitare persecuzioni politico/razziali. Ma non si spostò solo una volta. Tutta la sua vita fu un continuo pellegrinaggio verso luoghi che non erano mai in pace, come se in qualche modo volesse esorcizzare il proprio passato e la propria vita con la stessa risolutezza con cui il regime nazista sterminò gran parte dei suoi parenti nel campo di sterminio di Auschwitz. Ciononostante era un inguaribile bonaccione e divertente compagno di serata (guardate la sua faccia nel ritratto qui a fianco e sostenete il contrario, se avete corggio!), amante della vita e delle persone.

A 17 anni (1930) dovette fuggire dall’Ungheria e recarsi in Germania come rifugiato politico. Ma solo tre anni più tardi fu di nuovo costretto a muoversi, in Francia sta volta, per scappare dalla persecuzione nazista. Sia a Berlino che a Parigi conobbe la fame, e nel 1937 perse la sua amante Gerda Taro (tedesca, come lui rifugiata a Parigi), uccisa da un carro armato in Spagna mentre stava documentando una battaglia (anche lei fotoreporter). Forse proprio per questo suo passato così intenso era grado di esprimere un’empatia e una vicinanza impareggiabile ai soggetti che ritraeva. Non era un pacifista. Presente sui campi di battaglia di mezzo mondo, Robert Capa fece del suo impavido coraggio e della sua contagiosa bonarietà le sue armi principali. Non a caso una delle sue frasi più celebri recita come segue:

Se le tue foto non sono abbastanza buone, significa che non sei stato abbastanza vicino.

Robert Capa e Gerda Taro

Di fatto tutto si può dedurre dai suoi scatti, tranne che fosse un tipo timido. Lui alle persone si avvicinava eccome. Nonostante fossero per lo più soggetti sconosciuti, non c’è uno scatto in cui sembra sia un intruso! Mi spiego meglio: quando chiunque di noi vuole fotografare un certo soggetto, tende ad avvicinarsi. Tuttavia, specie se quel soggetto lo conosciamo poco, o lui/lei ci conosce poco, o siamo in un ambiente estraneo, o chi più ne ha più ne metta, scattiamo sempre a diversi metri di distanza, magari includendo più persone, in una scena decisamente più ampia, che però non si focalizza sul soggetto vero e proprio, causando un’edulcorazione del contenuto. Questa è proprio una delle differenze più forti tra un bravo fotografo, ed un fotografo qualunque.

Le capacità di avvicinarsi senza paura ai soggetti e di creare un rapporto di fiducia reciproca, erano caratteristiche che distinguevano Robert Capa dalla massa. Rendeva lo stesso atto dello scattare come l’azione più naturale del mondo, da cui nessuno (o quasi) sentiva il bisogno di fuggire. Si dice che ovunque lui andasse trovasse sempre qualche persona da cui stare a dormire, qualche festa in cui imbucarsi, qualche amico con cui giocare a poker. E non me ne stupisco. Il suo essere estroverso (secondo la definizione di Jung) lo rendeva una sorta di calamita: una persona gioviale che amava la vita, che contagiava tutti quelli che lo circondavano con questa sua forza.

Le sue opere

Robert Capa, l’avrete intuito, amava le persone. Amava le loro storie. Amava raccontarle. Più intense esse erano, più lui ne era attratto. E dunque, quale campo sarebbe potuto essere il più adatto se non quello di guerra? Tanto per farvi un’idea di come andasse a caccia delle guerre vi elenco quelle in cui ha partecipato come fotoreporter:

  1. Guerra civile spagnola (1936-1939);
  2. Seconda guerra sinogiapponese (la seguì nel 1938);
  3. Seconda guerra mondiale (1941-1945);
  4. Guerra arabo israeliana (1948);
  5. Prima guerra d’Indocina (1954).

Ma nella sua vita non fotografò solamente guerre, bensì ebbe a che fare anche con manifestazioni politiche, divi del cinema, personaggi famosi nel campo dell’arte (Picasso, Matisse, Hemingway…).

Non voglio tediarvi ulteriormente con i miei discorsi, per cui vi lascio meditare con alcuni dei suoi scatti più celebri (e talvolta controversi).

Sbarco in Normandia

6 giugno 1944, Omaha Beach, Normandia, nord della Francia. Lo sbarco dei soldati statunitensi nel terribile D-Day

Purtroppo, con tutte ste guerre, non poteva finire bene. Era il 2 maggio 1954 (40 anni) quando una mina antiuomo decretò la fine di Robert Capa.

Opinioni finali

Non credo ci sia molto altro da aggiungere. La mostra è indubbiamente molto intensa. Sono esposti circa 100 scatti, ben selezionati, tra il repertorio di Capa. Il catalogo della mostra è un bel libro con stampe che rendono giustizia alle foto, dal costo di 28 €, più che buono.

Il vero problema però lo vedo nel prezzo del biglietto. Se non si rientra in una delle categorie per il ridotto, occorre tirar fuori 12€ per una mostra fotografica con 100 foto distribuite in due sale. La mostra di LaCHAPELLE era costata similmente, ma si trovava a Venezia, in un palazzo su tre piani, con opere dalle dimensioni mastodontiche, con ottimi pannelli informativi, più una sala con un videoproiettore in funzione che mostrava 3 diversi filmati. Altra mostra dal prezzo ragionevole è stata quella di Steve McCurry a Pordenone, dove, se non ricordo male, ho speso tra i 5 e i 7 € (due o tre piani di foto, più una sala con un filmato proiettato).

Detto tutto ciò, del prezzo mi interessa fino ad un certo punto. Robert Capa è una pietra miliare del fotogiornalismo, e non ha importanza quanto possa costare il biglietto. Mi dispiace solamente che un costo così alto probabilmente scoraggerà tutti coloro che non conoscendo Capa, non saranno incentivati ad andarlo a vedere, anche solo per curiosità.

Ma voi andateci.

 

Un caro saluto,

Gilberto

 

P.S. Tra l’altro Bassano è una bellissima città. Fatevi un giro e bevetevi pure una grappa Nardini! Alla vostra salute!

 

 

 

Da appassionato fotografo, non potevo non cominciare con una mostra di fotografia! Ma non si tratta di fotografie che hanno catturato dei momenti, eventi o luoghi particolari in stile National Geographic. No! Si tratta di una serie di scatti assolutamente surreali, colorati e provocatori di uno dei più brillanti autori contemporanei.

Sto parlando della mostra di David LaChapelle, a palazzo Tre Oci, Venezia. Per la precisione si trova nell’isola della Giudecca: significa che non potete fare a meno di prendere un vaporetto per arrivarci. A meno che non vogliate attraversare il canale a nuoto, ovviamente (poi però sarebbe meglio fare un giro in pronto soccorso, just in case).

Chi è La Chapelle

David LaChapelle è un fotografo statunitense, classe ’63. All’inizio della sua carriera si era fatto notare nel mondo della moda e da Andy Warhol, il quale gli affidò uno dei primi incarichi per la rivista da lui fondata interveiew magazine (tutt’ora in attività). Dalla fine degli anni ’80 è decollato con il suo stile personale ed assolutamente iconico. Le sue foto, infatti, sono barocche, iperrealiste, dai colori sgargianti, con contenuti sempre provocatori, blasfemi, dissacranti e anticonformisti, che evidenziano la sua critica spesso sbeffeggiatrice del mondo perbenista contemporaneo. In parole povere, guardare una sua foto è come ricevere un cazzotto in faccia: ti colpisce sia per la forma che per i contenuti; la prima volta ci vuole qualche secondo per rendersi conto di cos’è successo. Si impara ad incassare i colpi man mano che si procede con l’esposizione, anche se alla fine ne sono uscito completamente rintronato (positivamente, s’intende).

Descrivere l’intera mostra sarebbe un’impresa assurda e anzi, oserei dire perfino dannosa. Sappiate che ci sono la bellezza di tre piani che danno spazio ad una miriade di fotografie selezionate dall’intero repertorio della sua produzione (dagli anni ’80 ad oggi).

Un teaser ve lo lascio, se no che gusto c’è

Magari una piccola spiegazione potrebbe aiutare… Quella che probabilmente risalta di più è “My own Marilyn”, dove LaChapelle compie una caricatura estrema della più nota serie di ritratti di Marilyn Monroe di Andy Warhol: questa Marylin diventa una sorta di clown, una figura totalmente disumanizzata e sconvolta dalla chirurgia plastica, che rappresenta l’ossessione della ricerca della bellezza e dell’eterna giovinezza a tutti i costi (tema ripreso più volte anche in altre collezioni).

Ma le mie preferite in assoluto sono le due foto in cima, appartenenti alla serie “Gesus is my homeboy” (si spiegano da sole, io credo). Incredibili sono anche le due sotto, parte della serie “Land Scape”, che ritraggono dei modellini di stabilimenti industriali fatti di cannucce, cartone e altri materiali low cost; con questa serie di fotografie, LaChapelle lancia il tema della riflessione su l’ambiente e la sua conservazione (le metropoli diventano isole nel deserto, impianti industriali attivi 24/7). Il tema della blasfemia torna anche nella foto “Natività”, in basso al centro. Sulla foto in basso a sinistra, ritraente la famiglia Kardashian, lascio a voi ogni commento.

Insomma gente…se ne avete la possibilità, andate ai Tre Oci a vedere la mostra di David LaChapelle. Sarà lì fino al 10 settembre! Non fatevela scappare per nessun motivo!

Aggiornamento post fine mostra

Dato che oramai la mostra non c’è più, consiglio di acquistarne il catalogo. È un bel libro stampato discretamente, ricco di foto e di descrizioni. Il titolo è come quello del mio post, non potete sbagliare!

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