Gilberto Antiga Photography

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Nota prima di cominciare: questo articolo non conterrà alcuno spoiler; se ancora non avete visto la serie potete continuare tranquillamente.

“13 reasons why” è una serie televisiva prodotta da Netflix che ha ricevuto un grande successo di pubblico. Per i dimenticoni e chi non l’avesse vista lasciatemi riassumere brevemente la trama: Hannah Baker è un’adolescente che si trasferisce con la famiglia in un’anonima cittadina americana. Di lì a qualche mese però, le vicende che la coinvolgono la conducono in un vicolo cieco. Sentendosi all’angolo priva di ogni speranza, sceglie di abbracciare l’oblio, tagliandosi le vene nella vasca da bagno della propria abitazione. Prima di farlo però, decide cinicamente di registrare dei nastri (sì, delle vecchie audiocassette), 7 per l’esattezza. Ogni lato dei sette nastri è dedicato ad una persona che l’ha portata alla sua Scelta Finale (tranne il lato B della settima cassetta, che non vi dirò cosa conterrà): per questo “13 reasons why“.

Questa serie è la trasposizione cinematografica di un romanzo intitolato “13”, di Jay Asher.

La costruzione della serie

La narrazione è davvero brillante, costruita in maniera impeccabile. Gli autori riescono a rendere lo spettatore incapace di staccare gli occhi dallo schermo. Anzi, lo stimolano a guardarsi tutta la serie in una volta sola.

Come riuscire a parlare di bullismo, violenza, suicidio, in una serie televisiva destinata ai giovani senza la classica retorica dei benpensanti? Ebbene Netflix ci riesce, in un modo che però tende a spettacolarizzare ciò che di spettacolare non ha proprio nulla. Tuttavia un pregio fondamentale ce l’ha, e l’ho appena detto: riesce a catturare l’attenzione. Come? Semplice, con il vecchio e classico espediente del ricatto emotivo. Lasciatemi spiegare.

La teoria del ricatto emotivo

La serie inizia con il suicidio di Hannah Baker. Boom. Ma ecco che subito si concentra sulla figura di un suo coetaneo, Clay Jensen, che è dipinto come il classico bravo ragazzo: ordinato ma non pedante, attraente ma non borioso, leggermente riservato, tenebroso q.b., gentile con tutti. In altre parole, un personaggio con cui la maggior parte di noi potrebbe identificarsi. Ed è questo quello che conta perché alla fine lo spettatore non può che prenderlo in simpatia. Anzi, ci entra in piena sintonia: è un povero ragazzo che soffre perché la sua amica (e probabilmente qualcosa di molto di più) si è suicidata. Inevitabile l’insorgere di domande quali “come ho fatto a non accorgermene?”, “è stata per colpa mia?”, “se fosse stata veramente colpa mia?”, “lei è morta e io non ho fatto nulla per fermarla”.

Ecco che, in men che non si dica, oramai lo spettatore non è  più CON Clay, ma È Clay.  Sì perché da questo momento in poi soffrirà come Clay e Hannah.

Un’ondata di empatia

Altro pregio della serie? Ciò che ho appena detto in realtà lo anticipa: innonda lo spettatore di ciò che i personaggi della serie sono privi: di empatia. Sarà per abitudine o per ciò che la vita di tutti i giorni ci mostra…di fatto, mettersi nei panni dell’altro risulta sempre una faccenda spinosa. Scomoda e addirittura fastidiosa. In questa serie però non si può scappare.

La maledizione che vi terrà incollati allo schermo

Una cosa tormenterà lo spettatore fino alla fine della serie: anche a Clay è destinato un lato di un nastro. O mio dio! Ma com’è possibile? Un ragazzo così buono e gentile con tutti, nei nastri? Ma che colpa ne potrà mai avere lui? Cosa mai avrà fatto?! Questo dubbio diventerà la maledizione che legherà indissolubilmente lo spettatore alla serie: la curiosità vi roderà l’anima se non la guarderete tutta. Perché oramai voi siete diventati Clay: che cosa mai postreste avere a che fare, VOI, nel suicidio di una povera ragazza?

Considerazioni e commenti

Fare commenti in libertà è difficile senza non spoilerare qualcosa. Ma siccome parlerò per concetti, chi ha già visto la serie capirà di cosa parlo, mentre chi non l’ha vista sarà ancora più incuriosito e se la guarderà. O almeno lo spero.

Cercare di semplificare i messaggi che la serie TV vuole trasmettere è un’impresa ardua per due motivi:

  1. Molti confonderanno gli espedienti di narrazione e costruzione del racconto con i comportamenti voluti “realmente” dai protagonisti della storia. Mi riferisco, per esempio, ad Hannah e il suo tenere Clay sulle spine. Questo potrebbe essere letto da alcuni come un comportamento assurdo ed egoista da parte di Hannah (che quindi non sarebbe poi così diversa dai suoi stessi aguzzini). Secondo me, tuttavia, è solamente il miglior espediente della serie per poter catturare la vostra attenzione fino alla fine, niente di più. Che poi questo sembri un atteggiamento egoista da parte di Hannah, è concepibile. Ma non è anche lei, alla fine, il frutto della stessa società perversa che, proprio in quelle cassette, condanna?
  2. Ci sono tanti di quei temi in 13 puntate, che spesso uno rischia di perdere il filo e confondere le cose.

Due elementi sono chiari fin da subito: il suicidio e la violenza (fisica/psicologica).

Il tema di fondo: parlare di suicidio

Qual è il tema di fondo di tutta la serie? In una parola potremmo definirlo così: il suicidio. D’altra parte i temi affrontati sono una miriade, ma tutti gravitanti attorno al disagio di un’adolescente in piena tempesta ormonale, lasciata alla deriva in un mare in burrasca. Il grandissimo pregio della serie è che ne parla. Sembra banale? In un mondo dove l’apparire è più importante dell’essere, discutere di ciò che fa soffrire e dei problemi che ci coinvolgono quotidianamente è già una conquista importante. Serve a scuotere gli animi, a scrollarci dal torpore a cui la ricerca di likes ci incatena. Serve a non renderci degli idioti che nascondono la polvere sotto il tappeto.

Il suicidio, e per estensione tutto l’universo che ne è causa, è un argomento scomodo. Che poi il punto, secondo me, non è tanto il suicidio di per sé (che rimane una scelta spaventosa), ma sono tutte le vicende quotidiane che capitano ad Hannah. Sì perché finché si parla di “suicidio di un’adolescente” tutti sono pronti a mostrare il proprio cordoglio, ma nessuno è in grado di capire se qualcosa del genere potrebbe capitare anche attorno a sé (“ah, ma queste cose a me non capitano”). Se invece si parla di singoli elementi attraverso cui possiamo riconoscerci, allora le cose cambiano drasticamente, e si cade dalla propria scranna.

Violenza fine a sé stessa?

In molti hanno accusato la serie di essere esageratamente propensa alla violenza e condurre all’istigazione al suicidio. Addirittura un articolo sul  Washintong Post  del maggio di quest’anno, mostra come si fosse scatenata una sorta di campagna contro la serie stessa (professori che suggeriscono ai genitori di vietare la visione della serie ai propri figli e molto altro). Trovo tutto questo molto comprensibile. Per questo, una serie come 13 reasons why dovrebbe essere vista all’interno di un programma più ampio di supporto psicologico agli adolescenti. Ma accusare la serie di istigazione al suicidio è probabilmente esagerato e pretestuoso. Si può parlare del fatto che la serie possa catalizzare delle insofferenze che già sono presenti in giovani adulti, ma non di diventare un motivo per il suicidio. Molti adolescenti infatti (e molte persone in generale), hanno poco insight (la capacità di introspezione e comprensione di ciò che avviene dentro di noi, dei nostri sentimenti): può accadere che vedendo la serie si riconoscano in determinati personaggi (“anche io sono come lui/lei”) e si scateni il loro disagio in tutta la sua potenza.

Suicidio glorificato? Forse sì, forse no

Una cosa, però, mi trova molto d’accordo con le critiche: il pericolo che gli adolescenti possano pensare che nel suicidio ci possa essere una sorta di riscatto morale e una glorificazione, come quello rappresentato nella serie. In fin dei conti Hannah si vendica dei propri aguzzini registrando dei nastri destinati ai suoi coeatanei (che quindi hanno il tempo di rendersi conto del disastro commesso), e potenzialmente alla giustizia ordinaria. In qualche modo tutti noi possiamo immaginarci una Hannah che, nell’aldilà, sogghigna beffardamente nei confronti di chi l’ha portata a quel gesto così innaturale. E credo sia molto vero: alla fine ci schieriamo naturalmente dalla parte dell’oppresso. In altre parole se da una parte condanniamo i suoi aguzzini, dall’altra non condanniamo allo stesso modo Hannah. Della serie: occhio per occhio, dente per dente. Fateci caso. Quello che passa, forse in maniera inconsapevole,  è proprio questo: alla fine lei ha sofferto e quindi aveva tutto il diritto di registrare quei nastri e scatenare l’inferno. No, la vendetta non è MAI la risposta. Il dolore non giustifica altro dolore, in nessun caso. Ma questo è il mio pensiero.

Come però avevo già anticipato inizialmente, questa glorificazione del suicidio è solamente la sintesi delle conseguenze determinate dell’espediente narrativo dei nastri registrati. Per questo, per me, è perdonabile. Senza tale espediente, la serie non se la sarebbe filata proprio nessuno, anzi. Sarebbe un cesso mondiale.

Scatenare una discussione

Al di là di queste polemiche e condivisibili reazioni però, il vero intento della serie è scatenare una discussione. Scuotere le coscienze. Prendo in prestito le parole del produttore esecutivo della serie:

Volevamo iniziare raccontando la verità sugli effetti di questi eventi. Volevamo raccontare una storia, non solo con correttezza, ma che potesse far presa sui giovani che non sempre ricevono una giusta dose di verità nell’intrattenimento. E speravamo di realizzare qualcosa che fosse un’onesta rappresentazione della loro esperienza.
Brian Yorkey – executive producer (“Tredici: oltre i perché”, Netflix)

Secondo me ci sono proprio riusciti in pieno. Pensateci. Gli autori devono comprimere molte vicende e temi delicati, nel limitato spazio di 13 puntate da 1 h ciascuna. Non volevano lasciare nulla al caso, e hanno reso drammaticamente bene le vicende, portandole a vette quasi iperboliche, ma non abbastanza da renderle irreali. Chi critica la serie etichettandola come “troppo violenta” o “troppo esagerata”, denota una visione assolutamente superficiale e perbenista di ciò che la serie vuole denunciare: l’asettico e apatico individualismo di molti giovani adolescenti; la stolta spregiudicatezza nel lanciare giudizi verso persone che non si conoscono o non si conoscono abbastanza, di giudicarle “diverse” e dunque di escluderle dal gruppo; la follia di cert* ragazz* che pensano di avere il mondo ai propri piedi perché abituati ad avere tutto e subito e che, nel momento in cui le loro azioni e/o pensieri vengono messe in dubbio, vanno incontro ad una sorta di cortocircuito che non riescono a controllare; all’incapacità di molti adulti di capire i problemi dei giovani (minimizzando o banalizzando, per paura e ignoranza); alla paura del diverso, del “non conforme”. Ma anche all’incapacità di una giovane di riuscire ad affrontare i problemi che la vita le ha posto davanti, alla testardaggine egocentrica di pensare che tutto giri attorno a sé stessa. Attenzione a non fraintendermi però: spesso le vittime di abusi o violenze (fisiche e/o psicologiche) tendono ad addossare la colpa a sé stesse, ma è vero anche che molti adolescenti crescono sin da piccoli con una visione del tutto incentrata sui propri problemi e le proprie esigenze, con grande mancanza di empatia. La potenza reale di questa serie TV, secondo me, sta proprio in questo: riuscire a portare anche quegli stessi adolescenti anaffettivi e insofferenti a sentire qualcosa, a scatenare una reazione positiva.

A proposito di quanto appena detto, vi consiglio spassionatamente la visione di questo video. Dura sedici minuti. Se già avete perso troppo tempo con le mie parole, salvatevi questo video per dopo. Il faccione che vedete è quello di Simon Sinek, un sociologo-antropologo contemporaneo che applica le sue conoscenze al marketing e al motivare le persone. Affronta e approfondisce ciò che ho appena detto. È magnetico, per cui quando inizierete non riuscirete a smettere! Dovete davvero vederlo:

 

Conclusioni

Vale la pena di vedere 13 reasons why? Io credo proprio di sì. Attenzione a non farlo superficialmente. Non fermatevi alle apparenze, non fermatevi alle semplici emozioni che nasceranno guardando quelle immagini. Andate oltre, chiedetevi il perché. Attenzione anche a non farvi abbagliare dalle scelte registiche e di narrazione: l’espediente delle audiocassette è geniale, ma non riducetevi ad additare Hannah come un’aguzzina al pari dei propri; andate al di là dell’espediente narrativo (se non avesse registrato quei nastri, la serie tv non eisterebbe neanche). Trascendete l’idea di Hannah e di Clay. Ad esempio io mi sono chiesto molte volte: perché è arrivata a quel punto? Ho mai assistito o fatto cose simili? Qualcuno che conosco ha dovuto mai affrontare vicende simili? Mi sono mai posto domande simili nella mia esistenza? Eccetera eccetera eccetera.

Se tra i lettori ci fosse qualcuno non d’accordo con me, prego di esporre il proprio pensiero nei commenti, che sono curioso! Magari non ho ragionato abbastanza e non ho visto cose che altri hanno visto!

 

Un saluto

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