Gilberto Antiga Photography

Una necessaria introduzione

Quando due persone hanno orari lavorativi diversi, è sempre dura trovare del tempo per fare qualcosa insieme. In particolar modo io e la mia beneamata Serena abbiamo lavoriamo in maniera complementare: quando lei lavora io riposo, quando io lavoro, lei riposa. Tuttavia, siamo riusciti a trovare 8 giorni nel bel mezzo dell’affollatissimo e caldissimo agosto scorso. Quale meta? Volevamo un luogo in cui non fossimo mai stati, qualcosa di diverso rispetto a ciò che vedevamo tutti i giorni. Soprattutto in Italia. La Sicilia era la risposta ai nostri desideri!

Così abbiamo deciso di partire per un tour-de-force. 8 giorni in 10 località differenti. Un po’ una pazzia…alla fine si rischia di vedere tutto in gran fretta e di godersi poco il viaggio. Ci riposeremo quando saremo morti, giusto? E quel che segue è un piccolo diario di quello che ci ha colpito di più.

Scrivere un preciso e dettagliato diario di viaggio non è utile. Esistono mille mila guide per tutti i gusti. Perciò non aspettatevi lunghe descrizioni storiche, o altri contenuti che altre persone più qualificate hanno già scritto meglio di quanto io non potrò mai fare. Darò degli spunti su cosa abbbiamo deciso di fare noi, intervallato da qualche consiglio pratico che abbiamo capito solamente dopo essere stati fisicamente nelle mete descritte.

Per tutto il resto c’è mastercard, per cui pigliatevi sta guida!

Buona lettura.

Organizzazione e mezzi di trasporto

L’auto che ci ha accompagnato per tutti i 900 km percorsi

Dopo grandi ragionamenti, la soluzione migliore dal punto di vista del rapporto mobilità/prezzo, è stata la combinazione di aereo + macchina a noleggio. Nonostante le apparenze, non è nemmeno la più costosa. Per un momento avevamo anche pensato di andare giù con la nostra macchina, ma sarebbe stato davvero un viaggio troppo stancante, per 8 giorni scarsi. Un peccato, perché ci saremmo sicuramente riempiti la macchina di roba da mangiare!

Quindi volo Venezia – Palermo (i più economici, inutile a dirlo, sono decisamente con Rayanair), e auto dall’aeroporto. Easy peasy. Pleonastico dirvi che conviene prenotare con un bell’anticipo se andate in agosto come noi…

Attenzione all’affitto dell’auto

Esistono una marea di servizi di autonoleggio, ma il prezzo migliore l’ha spuntato la società Maggiore…ora, il problema è che pretendono una carta di credito (VERA, con i numeretti in rilievo, non quelle ricaricabili). Ed è qui che succede il fattacio.

La nostra piccola disavventura

Catapultatevi al momento in cui siete contenti del preventivo, e andate nella sezione di pagamento. Dicono di usare una carta di credito vera. Non saranno accettati altri tipi di pagamento. Mi dico “okay; beh, ho una carta di credito ricaricabile, proviamo a vedere se l’accetta”. E guarda un po’, il pagamento va a buon fine. Che bello!

All’arrivo in aeroporto

Passano i mesi. Felicemente sbarcati dall’aereo a Palermo, ci rechiamo arzilli allo sportello corretto per ritirare il nostro veicolo di libertà. Mi richiedono la carta con cui ho pagato. Gliela porgo sempre più arzillo.

“Dottor Antiga purtroppo c’è un probbblema”, asserisce il commesso.
Azz, penso io. Che minghia di probblema potrbbe mai esserci? I soldi ci sono. Così continuo: “Mi dica, Carlo, che problema c’è?”.

Ebbene, l’esimio commesso Carlo dell’agenzia Maggiore ci avverte, con tutti i manierismi affettati di chi sta per procurarvi un’inculata:

“Siccome questa è una carta prepagata, e non è valida come da contratto, ora, Dottor Antiga, vi voglio venire incontro e aiutarvi. Avete due soluzioni possibili: la prima è annullare il tutto, e perderete però anche i soldi già versati…” Un gran CAZZO, penso io, i miei soldi ve li siete comunque presi, spilorci.  “oppure potete pagare in contanti l’assicurazione completa che costa 30€ al giorno”.

Per quel che mi riguarda questo è un comportamento al limite della truffa: quando cercate di pagare con una carta di credito ricaricabile altri servizi online che richiedono una vera carta di credito, riconoscono la suddetta carta come tale (ricaricabile), e quindi impediscono il pagamento.

Ma torniamo a noi…Allo sportello non posso far altro che notare che in molti hanno avuto questo problema: erano pieni di mazzette di banconote da altri sprovveduti come noi. Un bal metodo per aumentare di molto gli introiti, non c’è che dire. Che volete che facessi? Perdessi già i 250 € (circa) già versati? La risposta la potete immaginare…tiriamo fuori una valigetta di contati che ci portiamo sempre appresso, e tiriamo fuori la grana.

Nota positiva: la macchina era ottima. Siamo capitati con una Ford Fiesta nuova di zecca, con un motore 1.000 di cilindrata, e la bellezza di 100 cv. Aveva il cambio automatico…da fan del cambio manuale inizialmente ero preoccupato, ma poi…superata la diffidenza iniziale ne ho apprezzato l’indiscutibile comodità e fluidità! Per macinare tanti chilometri è davvero comoda, provare per credere!

Alloggi

Per quel che riguarda gli alloggi, abbiamo fondamentalmente optato per il classico Airbnb, con una sola puntata su Booking per un fantastico bed and breakfast con una colazione squisita (di cui parlerò al momento opportuno).

I limiti inevitabili di questo modo di viaggare

Per me il viaggio itinerante è l’unico viaggio che possa esistere. Stare sdraiato su una spiaggia a rosolare ci sta, e talvolta lo faccio anche io, ma preferisco muovermi, osservare cose, chiacchierare con le persone. Per non parlare del fatto che per scattare una foto degna di essere ricordata (o quantomeno stampata ed esposta), ci vuole molto tempo sia nella preparazione, che nell’attesa sul posto. Un viaggio del genere lo puoi solamente fare con un mezzo che ti dia la libertà di andare dove vuoi, quando vuoi: può essere un furgone attrezzato, può essere un camper. Andare in giro in macchina e cambiare casa/pernottamento ogni due giorni od ogni giorno, è estremamente scomodo, quanto faticoso: ci sono orari precisi da rispettare, occorre mettersi d’accordo con il proprietario del posto…

L’itinerario, in punti

In sostanza questi sono stati i nostri spostamenti:

  • 17/18 Agosto: Palermo;
  • 19 Agosto: Agregento e valle dei Templi
  • 20/21 Agosto: Sciacca
  • 21 Agosto: Sambuca di Sicilia (premiato come borgo più bello d’Italia nel 2016) e Trapani;
  • 22 Agosto: Erice, Marsala e saline
  • 23 Agosto: Segesta e spostamento successivo a Scopello
  • 26 Agosto: ritorno a casa

Gli altri capitoli della saga

 

Nota prima di cominciare: questo articolo non conterrà alcuno spoiler; se ancora non avete visto la serie potete continuare tranquillamente.

“13 reasons why” è una serie televisiva prodotta da Netflix che ha ricevuto un grande successo di pubblico. Per i dimenticoni e chi non l’avesse vista lasciatemi riassumere brevemente la trama: Hannah Baker è un’adolescente che si trasferisce con la famiglia in un’anonima cittadina americana. Di lì a qualche mese però, le vicende che la coinvolgono la conducono in un vicolo cieco. Sentendosi all’angolo priva di ogni speranza, sceglie di abbracciare l’oblio, tagliandosi le vene nella vasca da bagno della propria abitazione. Prima di farlo però, decide cinicamente di registrare dei nastri (sì, delle vecchie audiocassette), 7 per l’esattezza. Ogni lato dei sette nastri è dedicato ad una persona che l’ha portata alla sua Scelta Finale (tranne il lato B della settima cassetta, che non vi dirò cosa conterrà): per questo “13 reasons why“.

Questa serie è la trasposizione cinematografica di un romanzo intitolato “13”, di Jay Asher.

La costruzione della serie

La narrazione è davvero brillante, costruita in maniera impeccabile. Gli autori riescono a rendere lo spettatore incapace di staccare gli occhi dallo schermo. Anzi, lo stimolano a guardarsi tutta la serie in una volta sola.

Come riuscire a parlare di bullismo, violenza, suicidio, in una serie televisiva destinata ai giovani senza la classica retorica dei benpensanti? Ebbene Netflix ci riesce, in un modo che però tende a spettacolarizzare ciò che di spettacolare non ha proprio nulla. Tuttavia un pregio fondamentale ce l’ha, e l’ho appena detto: riesce a catturare l’attenzione. Come? Semplice, con il vecchio e classico espediente del ricatto emotivo. Lasciatemi spiegare.

La teoria del ricatto emotivo

La serie inizia con il suicidio di Hannah Baker. Boom. Ma ecco che subito si concentra sulla figura di un suo coetaneo, Clay Jensen, che è dipinto come il classico bravo ragazzo: ordinato ma non pedante, attraente ma non borioso, leggermente riservato, tenebroso q.b., gentile con tutti. In altre parole, un personaggio con cui la maggior parte di noi potrebbe identificarsi. Ed è questo quello che conta perché alla fine lo spettatore non può che prenderlo in simpatia. Anzi, ci entra in piena sintonia: è un povero ragazzo che soffre perché la sua amica (e probabilmente qualcosa di molto di più) si è suicidata. Inevitabile l’insorgere di domande quali “come ho fatto a non accorgermene?”, “è stata per colpa mia?”, “se fosse stata veramente colpa mia?”, “lei è morta e io non ho fatto nulla per fermarla”.

Ecco che, in men che non si dica, oramai lo spettatore non è  più CON Clay, ma È Clay.  Sì perché da questo momento in poi soffrirà come Clay e Hannah.

Un’ondata di empatia

Altro pregio della serie? Ciò che ho appena detto in realtà lo anticipa: innonda lo spettatore di ciò che i personaggi della serie sono privi: di empatia. Sarà per abitudine o per ciò che la vita di tutti i giorni ci mostra…di fatto, mettersi nei panni dell’altro risulta sempre una faccenda spinosa. Scomoda e addirittura fastidiosa. In questa serie però non si può scappare.

La maledizione che vi terrà incollati allo schermo

Una cosa tormenterà lo spettatore fino alla fine della serie: anche a Clay è destinato un lato di un nastro. O mio dio! Ma com’è possibile? Un ragazzo così buono e gentile con tutti, nei nastri? Ma che colpa ne potrà mai avere lui? Cosa mai avrà fatto?! Questo dubbio diventerà la maledizione che legherà indissolubilmente lo spettatore alla serie: la curiosità vi roderà l’anima se non la guarderete tutta. Perché oramai voi siete diventati Clay: che cosa mai postreste avere a che fare, VOI, nel suicidio di una povera ragazza?

Considerazioni e commenti

Fare commenti in libertà è difficile senza non spoilerare qualcosa. Ma siccome parlerò per concetti, chi ha già visto la serie capirà di cosa parlo, mentre chi non l’ha vista sarà ancora più incuriosito e se la guarderà. O almeno lo spero.

Cercare di semplificare i messaggi che la serie TV vuole trasmettere è un’impresa ardua per due motivi:

  1. Molti confonderanno gli espedienti di narrazione e costruzione del racconto con i comportamenti voluti “realmente” dai protagonisti della storia. Mi riferisco, per esempio, ad Hannah e il suo tenere Clay sulle spine. Questo potrebbe essere letto da alcuni come un comportamento assurdo ed egoista da parte di Hannah (che quindi non sarebbe poi così diversa dai suoi stessi aguzzini). Secondo me, tuttavia, è solamente il miglior espediente della serie per poter catturare la vostra attenzione fino alla fine, niente di più. Che poi questo sembri un atteggiamento egoista da parte di Hannah, è concepibile. Ma non è anche lei, alla fine, il frutto della stessa società perversa che, proprio in quelle cassette, condanna?
  2. Ci sono tanti di quei temi in 13 puntate, che spesso uno rischia di perdere il filo e confondere le cose.

Due elementi sono chiari fin da subito: il suicidio e la violenza (fisica/psicologica).

Il tema di fondo: parlare di suicidio

Qual è il tema di fondo di tutta la serie? In una parola potremmo definirlo così: il suicidio. D’altra parte i temi affrontati sono una miriade, ma tutti gravitanti attorno al disagio di un’adolescente in piena tempesta ormonale, lasciata alla deriva in un mare in burrasca. Il grandissimo pregio della serie è che ne parla. Sembra banale? In un mondo dove l’apparire è più importante dell’essere, discutere di ciò che fa soffrire e dei problemi che ci coinvolgono quotidianamente è già una conquista importante. Serve a scuotere gli animi, a scrollarci dal torpore a cui la ricerca di likes ci incatena. Serve a non renderci degli idioti che nascondono la polvere sotto il tappeto.

Il suicidio, e per estensione tutto l’universo che ne è causa, è un argomento scomodo. Che poi il punto, secondo me, non è tanto il suicidio di per sé (che rimane una scelta spaventosa), ma sono tutte le vicende quotidiane che capitano ad Hannah. Sì perché finché si parla di “suicidio di un’adolescente” tutti sono pronti a mostrare il proprio cordoglio, ma nessuno è in grado di capire se qualcosa del genere potrebbe capitare anche attorno a sé (“ah, ma queste cose a me non capitano”). Se invece si parla di singoli elementi attraverso cui possiamo riconoscerci, allora le cose cambiano drasticamente, e si cade dalla propria scranna.

Violenza fine a sé stessa?

In molti hanno accusato la serie di essere esageratamente propensa alla violenza e condurre all’istigazione al suicidio. Addirittura un articolo sul  Washintong Post  del maggio di quest’anno, mostra come si fosse scatenata una sorta di campagna contro la serie stessa (professori che suggeriscono ai genitori di vietare la visione della serie ai propri figli e molto altro). Trovo tutto questo molto comprensibile. Per questo, una serie come 13 reasons why dovrebbe essere vista all’interno di un programma più ampio di supporto psicologico agli adolescenti. Ma accusare la serie di istigazione al suicidio è probabilmente esagerato e pretestuoso. Si può parlare del fatto che la serie possa catalizzare delle insofferenze che già sono presenti in giovani adulti, ma non di diventare un motivo per il suicidio. Molti adolescenti infatti (e molte persone in generale), hanno poco insight (la capacità di introspezione e comprensione di ciò che avviene dentro di noi, dei nostri sentimenti): può accadere che vedendo la serie si riconoscano in determinati personaggi (“anche io sono come lui/lei”) e si scateni il loro disagio in tutta la sua potenza.

Suicidio glorificato? Forse sì, forse no

Una cosa, però, mi trova molto d’accordo con le critiche: il pericolo che gli adolescenti possano pensare che nel suicidio ci possa essere una sorta di riscatto morale e una glorificazione, come quello rappresentato nella serie. In fin dei conti Hannah si vendica dei propri aguzzini registrando dei nastri destinati ai suoi coeatanei (che quindi hanno il tempo di rendersi conto del disastro commesso), e potenzialmente alla giustizia ordinaria. In qualche modo tutti noi possiamo immaginarci una Hannah che, nell’aldilà, sogghigna beffardamente nei confronti di chi l’ha portata a quel gesto così innaturale. E credo sia molto vero: alla fine ci schieriamo naturalmente dalla parte dell’oppresso. In altre parole se da una parte condanniamo i suoi aguzzini, dall’altra non condanniamo allo stesso modo Hannah. Della serie: occhio per occhio, dente per dente. Fateci caso. Quello che passa, forse in maniera inconsapevole,  è proprio questo: alla fine lei ha sofferto e quindi aveva tutto il diritto di registrare quei nastri e scatenare l’inferno. No, la vendetta non è MAI la risposta. Il dolore non giustifica altro dolore, in nessun caso. Ma questo è il mio pensiero.

Come però avevo già anticipato inizialmente, questa glorificazione del suicidio è solamente la sintesi delle conseguenze determinate dell’espediente narrativo dei nastri registrati. Per questo, per me, è perdonabile. Senza tale espediente, la serie non se la sarebbe filata proprio nessuno, anzi. Sarebbe un cesso mondiale.

Scatenare una discussione

Al di là di queste polemiche e condivisibili reazioni però, il vero intento della serie è scatenare una discussione. Scuotere le coscienze. Prendo in prestito le parole del produttore esecutivo della serie:

Volevamo iniziare raccontando la verità sugli effetti di questi eventi. Volevamo raccontare una storia, non solo con correttezza, ma che potesse far presa sui giovani che non sempre ricevono una giusta dose di verità nell’intrattenimento. E speravamo di realizzare qualcosa che fosse un’onesta rappresentazione della loro esperienza.
Brian Yorkey – executive producer (“Tredici: oltre i perché”, Netflix)

Secondo me ci sono proprio riusciti in pieno. Pensateci. Gli autori devono comprimere molte vicende e temi delicati, nel limitato spazio di 13 puntate da 1 h ciascuna. Non volevano lasciare nulla al caso, e hanno reso drammaticamente bene le vicende, portandole a vette quasi iperboliche, ma non abbastanza da renderle irreali. Chi critica la serie etichettandola come “troppo violenta” o “troppo esagerata”, denota una visione assolutamente superficiale e perbenista di ciò che la serie vuole denunciare: l’asettico e apatico individualismo di molti giovani adolescenti; la stolta spregiudicatezza nel lanciare giudizi verso persone che non si conoscono o non si conoscono abbastanza, di giudicarle “diverse” e dunque di escluderle dal gruppo; la follia di cert* ragazz* che pensano di avere il mondo ai propri piedi perché abituati ad avere tutto e subito e che, nel momento in cui le loro azioni e/o pensieri vengono messe in dubbio, vanno incontro ad una sorta di cortocircuito che non riescono a controllare; all’incapacità di molti adulti di capire i problemi dei giovani (minimizzando o banalizzando, per paura e ignoranza); alla paura del diverso, del “non conforme”. Ma anche all’incapacità di una giovane di riuscire ad affrontare i problemi che la vita le ha posto davanti, alla testardaggine egocentrica di pensare che tutto giri attorno a sé stessa. Attenzione a non fraintendermi però: spesso le vittime di abusi o violenze (fisiche e/o psicologiche) tendono ad addossare la colpa a sé stesse, ma è vero anche che molti adolescenti crescono sin da piccoli con una visione del tutto incentrata sui propri problemi e le proprie esigenze, con grande mancanza di empatia. La potenza reale di questa serie TV, secondo me, sta proprio in questo: riuscire a portare anche quegli stessi adolescenti anaffettivi e insofferenti a sentire qualcosa, a scatenare una reazione positiva.

A proposito di quanto appena detto, vi consiglio spassionatamente la visione di questo video. Dura sedici minuti. Se già avete perso troppo tempo con le mie parole, salvatevi questo video per dopo. Il faccione che vedete è quello di Simon Sinek, un sociologo-antropologo contemporaneo che applica le sue conoscenze al marketing e al motivare le persone. Affronta e approfondisce ciò che ho appena detto. È magnetico, per cui quando inizierete non riuscirete a smettere! Dovete davvero vederlo:

 

Conclusioni

Vale la pena di vedere 13 reasons why? Io credo proprio di sì. Attenzione a non farlo superficialmente. Non fermatevi alle apparenze, non fermatevi alle semplici emozioni che nasceranno guardando quelle immagini. Andate oltre, chiedetevi il perché. Attenzione anche a non farvi abbagliare dalle scelte registiche e di narrazione: l’espediente delle audiocassette è geniale, ma non riducetevi ad additare Hannah come un’aguzzina al pari dei propri; andate al di là dell’espediente narrativo (se non avesse registrato quei nastri, la serie tv non eisterebbe neanche). Trascendete l’idea di Hannah e di Clay. Ad esempio io mi sono chiesto molte volte: perché è arrivata a quel punto? Ho mai assistito o fatto cose simili? Qualcuno che conosco ha dovuto mai affrontare vicende simili? Mi sono mai posto domande simili nella mia esistenza? Eccetera eccetera eccetera.

Se tra i lettori ci fosse qualcuno non d’accordo con me, prego di esporre il proprio pensiero nei commenti, che sono curioso! Magari non ho ragionato abbastanza e non ho visto cose che altri hanno visto!

 

Un saluto

Introduzione

16 agosto. Bella giornata. Che si fa? Una bella scarpinata con un gruppo di simpaticoni tra le valli del Pasubio! Abbiamo percorso la famosa strada delle 52 gallerie, scavate nella roccia dai nostri compatrioti durante la guerra del ’15-’18. Lo scopo era quello di riuscire a portare i necessari vettovagliamenti ai compagni sulle fredde e impervie cime senza essere sotto il costante fuoco nemico.

Percorso incredibilmente bello, peccato per la ressa che ha tolto parte della magia dei luoghi. Il percorso è adatto a tutti; magari un minimo di allenamento sarebbe indicato, così che possiate arrivare al rifugio in un tempo ragionevole e senza troppo stress. Le bici non ci possono passare (a causa di alcuni incidenti mortali avvenuti anni fa). Tuttavia potete arrivare comunque al rifugio Papa da Pian delle Fugazze attraverso la “strada degli eroi”.

Portatevi una torcia carica: alcune gallerie sono lunghe decine di metri e al buio.

Il percorso (traccia GPS in fondo)

Il percorso canonico parte da Bocchetta di Campiglia (quota 1216 m s.l.m.) dov’è situato un comodo parcheggio, a pagamento (3/4€). Per arrivarci, si prende la SP46 del Pasubio. Si passa Valli del Pasubio e si prosegue lungo la strada che porta fino a Passo Xomo (1058 m s.l.m.). Vi troverete l’omonimo rifugio, e da lì potete fare due cose: o lasciare la macchina e proseguire a piedi (prendete il sentiero 366 in direzione Bocchetta Xalete), oppure proseguire fino a Bocchetta di Campiglia in auto, come noi.

Dal parcheggio subito si trova il moderno portale d’ingresso, e si comincia dolcemente a salire lungo il largo e comodo sentiero 366 (è una mulattiera). Non starò a descrivervi ogni singola galleria, ma c’è da dire che il sentiero è molto piacevole, comodo, e sale in maniera costante e dolce. Le gallerie hanno lunghezze e profondità diverse: alcune tagliano giusto un po’ di metri di roccia, altre vanno più in profondità e sono al buio (torcia necessaria). È un percorso che non può annoiare perché dopo ogni curva, ogni galleria, il paesaggio cambia forma. Si sale e si sale fino a raggiungere quota 2000 m circa, poi il sentiero scende e si può vedere il rifugio Papa (quota 1928 m s.l.m.) dall’alto (vedi foto in cima).

L’ascesa a cima Palon (2239 m)

Ma come accontentarsi del solo rifugio Papa? La salita verso cima Palon (2239 m s.l.m.) è necessaria, anche perché il dislivello non è così terribile. Abbiamo fatto 30, occorre fare 31! Per cui ci avviamo verso Porte del Pasubio (l’incrocio di diversi sentieri, appena a est del rifugio Papa), e prendiamo il sentiero 105 che punta verso Cogolo Alto prima, e Cima Palon poi. Continuando, si arriva fino al Dente italiano (numerose sono le gallerie sotterranee ancora oggi praticabili), per poi tornare a puntare verso est. Percorrendo una trincea che conduce fino alla chiesa di Santa Maria (detta anche Chiesetta Sette Croci), edificata alla fine degli anni ’60 in memoria dei caduti (si trova anche la tomba del Generale Vittorio Emanuele Rossi). Si ritorna lungo il sentiero E5. Lungo il cammino si erge l’Arco Romano, costruito tra le due guerre mondiali, in corrispondenza di un cimitero di guerra (vicino alla prima linea dei combattimenti).

Dopo aver fatto questa sorta di anello, si ritorna a Porte del Pasubio. Siccome non si torna mai dalla stessa strada da cui si veiene, seguiamo la strada bianca rotabile (sentiero 370) che dolcemente scende fino al parcheggio. Lungo tale stradina ci sono poi diverse scorciatoie ripide attraversabili a piedi, che permettono di tagliare notevolmente la lunghezza del percorso.

Informazioni generali

Durata :

  • Ascesa: circa 2 h e 30 minuti fino al rifugio Papa (per ascese più graduali segnalano 3 h e forse qualcosa di più).
  • Discesa: circa 1h e 30 minuti dal rifugio Papa (andando con più calma di solito ce ne vogliono 2).
  • Circuito dente italiano-cima Palon: circa 2 h (con diverse pause ed esplorazioni di gallerie).

Dislivello da Bocchetta di Campiglia a rifugio Papa: 784 m. Da rifugio Papa a Cima Palon: 311 m. Dislivelli confermati anche da GPS.

Periodo consigliato: da giugno a ottobre.

Difficoltà: riguardo all’andata e ritorno tra il parcheggio di Bocchetta di Campiglia e il rifugio Papa, la difficoltà è bassa (mulattiera in salita, e rotabile in discesa). Occorre prestare attenzione in alcune gallerie, che possono avere dei tratti scivolosi, ma in generale pochi sono i pericoli. La discesa lungo la rotabile non ha alcun tipo di pericolo; occorre prestare un minimo di attenzione alle scorciatoie perché scendono velocemente attraverso il bosco. Il circuito su cima Palon e Dente Italiano ha poche difficoltà anch’esso. Dovete solo avere la voglia di camminare. E prestare attenzione, come sempre, in montagna. Tutti i percorsi sono molto ben segnalati: con una cartina è davvero difficile perdersi.

Se vi interessa, potete scaricare da questo link il file gpx dell’escursione (non l’ho modificato, e ci sono delle cose strane sul percorso: è quando il gps non riusciva a trovarmi nelle gallerie, niente paura). Il chilometraggio totale, dalla traccia GPS, è stata di poco più di 20 km. Non fatevi spaventare dalla cifra.

Ed ora, un po’ di foto

 

Info utili sulla mostra
DURATA
16/9/2017 a 22/1/2017
ORARI
Lun – dom dalle 10.00 alle 19.00
(chiuso il martedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio)
La biglietteria chiude mezz’ora prima
TARIFFE
12€ intero
10€ ridotto
Per ulteriori info segui questo link.

 

Quando la mia cara morosa/informatrice mi ha mandato un messaggio sulla mostra di Robert Capa al museo civico di Bassano, sono saltato sulla sedia. Il suo nome era risuonato nelle mie orecchie molte volte nel corso degli anni, ma non avevo mai dedicato del tempo per saperne di più sulla sua storia. Nella mente avevo giusto alcuni dei suoi scatti più celebri.

Robert Capa nel 1952. @ Ruth Orkin.

Chi è Robert Capa

Robert Capa in realtà è lo pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, nato a Budapest (Ungheria) nel 1913. Da sempre personaggio politicamente schierato, ben presto dovette lasciare la propria terra natale per evitare persecuzioni politico/razziali. Ma non si spostò solo una volta. Tutta la sua vita fu un continuo pellegrinaggio verso luoghi che non erano mai in pace, come se in qualche modo volesse esorcizzare il proprio passato e la propria vita con la stessa risolutezza con cui il regime nazista sterminò gran parte dei suoi parenti nel campo di sterminio di Auschwitz. Ciononostante era un inguaribile bonaccione e divertente compagno di serata (guardate la sua faccia nel ritratto qui a fianco e sostenete il contrario, se avete corggio!), amante della vita e delle persone.

A 17 anni (1930) dovette fuggire dall’Ungheria e recarsi in Germania come rifugiato politico. Ma solo tre anni più tardi fu di nuovo costretto a muoversi, in Francia sta volta, per scappare dalla persecuzione nazista. Sia a Berlino che a Parigi conobbe la fame, e nel 1937 perse la sua amante Gerda Taro (tedesca, come lui rifugiata a Parigi), uccisa da un carro armato in Spagna mentre stava documentando una battaglia (anche lei fotoreporter). Forse proprio per questo suo passato così intenso era grado di esprimere un’empatia e una vicinanza impareggiabile ai soggetti che ritraeva. Non era un pacifista. Presente sui campi di battaglia di mezzo mondo, Robert Capa fece del suo impavido coraggio e della sua contagiosa bonarietà le sue armi principali. Non a caso una delle sue frasi più celebri recita come segue:

Se le tue foto non sono abbastanza buone, significa che non sei stato abbastanza vicino.

Robert Capa e Gerda Taro

Di fatto tutto si può dedurre dai suoi scatti, tranne che fosse un tipo timido. Lui alle persone si avvicinava eccome. Nonostante fossero per lo più soggetti sconosciuti, non c’è uno scatto in cui sembra sia un intruso! Mi spiego meglio: quando chiunque di noi vuole fotografare un certo soggetto, tende ad avvicinarsi. Tuttavia, specie se quel soggetto lo conosciamo poco, o lui/lei ci conosce poco, o siamo in un ambiente estraneo, o chi più ne ha più ne metta, scattiamo sempre a diversi metri di distanza, magari includendo più persone, in una scena decisamente più ampia, che però non si focalizza sul soggetto vero e proprio, causando un’edulcorazione del contenuto. Questa è proprio una delle differenze più forti tra un bravo fotografo, ed un fotografo qualunque.

Le capacità di avvicinarsi senza paura ai soggetti e di creare un rapporto di fiducia reciproca, erano caratteristiche che distinguevano Robert Capa dalla massa. Rendeva lo stesso atto dello scattare come l’azione più naturale del mondo, da cui nessuno (o quasi) sentiva il bisogno di fuggire. Si dice che ovunque lui andasse trovasse sempre qualche persona da cui stare a dormire, qualche festa in cui imbucarsi, qualche amico con cui giocare a poker. E non me ne stupisco. Il suo essere estroverso (secondo la definizione di Jung) lo rendeva una sorta di calamita: una persona gioviale che amava la vita, che contagiava tutti quelli che lo circondavano con questa sua forza.

Le sue opere

Robert Capa, l’avrete intuito, amava le persone. Amava le loro storie. Amava raccontarle. Più intense esse erano, più lui ne era attratto. E dunque, quale campo sarebbe potuto essere il più adatto se non quello di guerra? Tanto per farvi un’idea di come andasse a caccia delle guerre vi elenco quelle in cui ha partecipato come fotoreporter:

  1. Guerra civile spagnola (1936-1939);
  2. Seconda guerra sinogiapponese (la seguì nel 1938);
  3. Seconda guerra mondiale (1941-1945);
  4. Guerra arabo israeliana (1948);
  5. Prima guerra d’Indocina (1954).

Ma nella sua vita non fotografò solamente guerre, bensì ebbe a che fare anche con manifestazioni politiche, divi del cinema, personaggi famosi nel campo dell’arte (Picasso, Matisse, Hemingway…).

Non voglio tediarvi ulteriormente con i miei discorsi, per cui vi lascio meditare con alcuni dei suoi scatti più celebri (e talvolta controversi).

Sbarco in Normandia

6 giugno 1944, Omaha Beach, Normandia, nord della Francia. Lo sbarco dei soldati statunitensi nel terribile D-Day

Purtroppo, con tutte ste guerre, non poteva finire bene. Era il 2 maggio 1954 (40 anni) quando una mina antiuomo decretò la fine di Robert Capa.

Opinioni finali

Non credo ci sia molto altro da aggiungere. La mostra è indubbiamente molto intensa. Sono esposti circa 100 scatti, ben selezionati, tra il repertorio di Capa. Il catalogo della mostra è un bel libro con stampe che rendono giustizia alle foto, dal costo di 28 €, più che buono.

Il vero problema però lo vedo nel prezzo del biglietto. Se non si rientra in una delle categorie per il ridotto, occorre tirar fuori 12€ per una mostra fotografica con 100 foto distribuite in due sale. La mostra di LaCHAPELLE era costata similmente, ma si trovava a Venezia, in un palazzo su tre piani, con opere dalle dimensioni mastodontiche, con ottimi pannelli informativi, più una sala con un videoproiettore in funzione che mostrava 3 diversi filmati. Altra mostra dal prezzo ragionevole è stata quella di Steve McCurry a Pordenone, dove, se non ricordo male, ho speso tra i 5 e i 7 € (due o tre piani di foto, più una sala con un filmato proiettato).

Detto tutto ciò, del prezzo mi interessa fino ad un certo punto. Robert Capa è una pietra miliare del fotogiornalismo, e non ha importanza quanto possa costare il biglietto. Mi dispiace solamente che un costo così alto probabilmente scoraggerà tutti coloro che non conoscendo Capa, non saranno incentivati ad andarlo a vedere, anche solo per curiosità.

Ma voi andateci.

 

Un caro saluto,

Gilberto

 

P.S. Tra l’altro Bassano è una bellissima città. Fatevi un giro e bevetevi pure una grappa Nardini! Alla vostra salute!

 

 

 

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